C’è un tempo, io credo, per dire alla propria madre: “Non baciarmi davanti ai miei amici che mi vergogno!”.
E un tempo in cui, magari la stessa sera sul divano di casa: “Mi fai un po’ di coccole, mamma?”.
E c’è un tempo, io credo, in cui farle quelle coccole, sapendo che potrebbero essere le ultime che, almeno in quel modo, ti chiederà.
Forse c’è un tempo, io credo, per urlare in faccia al proprio padre e sicuramente ci sarà un tempo in cui accudirlo, come un bambino sperduto.
Forse c’è un tempo per “Mamma e papà esco, non so se torno per cena”, un tempo in cui “Sono tornata, ma non c’è niente da mangiare in questa casa?” e forse c’è anche un tempo per “Guarda cara che questa casa non è un albergo!”.
E forse ci sarà un tempo, io credo, in cui capiremo anche che un adulto da solo è troppo poco per qualunque bambino. Ed allora ci metteremo insieme a prendercene cura e insieme proveremo ad accompagnarli per l’unica strada possibile, quella che nessuno conosce e dovranno essere loro a indicarcela.
E infine, io credo, arriverà anche il tempo dei saluti, un tempo per lasciarli andare soli nel mondo a creare i loro legami, sperando che questi siano anche migliori di quello che hanno avuto con noi. E lo faremo non chiedendoci quale strada hanno scelto, ma controllando che il loro camminare sia fermo e deciso e, se così sarà, con un sorriso colmo di nostalgia sapremo deviare la calda lacrima che scende.

(da “La rosa, il principe e il bambino. Perché nessuno cresce da solo”, reading letterario)