«Perché sei triste?»
Fu così che per la prima volta compresi realmente cosa volesse dire porre una domanda.
Porre una domanda significa aspettare. Quello fece Alessia – sette anni – domandò e si sedette. Non di fronte, come chi non ti lascia tempo e spazio, ma di lato e comoda con un cuscino sulle ginocchia e tutta la vita davanti per aspettare la mia risposta.
Nessun adulto fa una domanda così. L’adulto domanda impaziente e pensa di conoscere, interroga ma è pronto ad intervenire. Il bambino è diverso, quando domanda attende. E’ per questo che è così difficile rispondere ai bambini.
Anche perché sai bene che quella domanda richiede una risposta che non è solo nelle cose ma che sta dentro di te, che riguarda il significato stesso della parola tristezza.
“Sono triste perché alle volte gli adulti non sanno cosa sia meglio per i bambini ed io, tesoro, ora non so come aiutarti”.
Prese un foglio e una penna. Disegnò una bimba ed un uomo con la barba, il nasone e la pancia che si davano la mano. Me lo regalò. Sorridevano, sembravano felici, le chiesi se lo fossero. “non lo so” mi disse “stanno insieme”.
E come fanno i bambini mi insegnò che esserci, al loro fianco, è tutto ciò di cui hanno bisogno.